Arte&Bellezza

25.02.2021

a cura di Rocco Zani

C'è, nel disagio palpabile di questo tempo avverso, una sorta di vuoto di memoria, di strappo con la propria identità storica, un abbassamento di quelle "difese immunitarie" che sono genia, tradizione, responso del nostro trascorso e, fatalmente, rotte del divenire.

Ci occupiamo d'arte noi, rifiutando a priori invasioni e incursioni in quei campi affollati dai tuttologi della prima ora. 

Non già perché quello dell'arte sia un avamposto privilegiato (credo siano ormai rari i benefici del vivere attuale) ma semplicemente perché voglio difenderlo con i denti; da chi preferisce stilare una ipotetica classifica delle "necessità impellenti" cancellando ogni riferimento al senso (e dunque alla sostanza) del fare cultura; da chi sta immaginando una scuola che sia sempre più un luogo di formazione (tecnica) e sempre meno cortile di libertà e tolleranza; da tutti coloro disposti ad infettarsi nel segno (e nel coro) di una convivialità da trattoria e a dimenticare (o a lasciarsi alle spalle, distrattamente) serrate le porte di un museo, di un teatro, di un auditorio; da chi ha sepolto - assai velocemente - la memoria intima e insostituibile di questo Paese come se lo status di emergenza prevedesse soluzioni affidate esclusivamente a respiratori, siringhe e ristori. 

Ci occupiamo d'arte noi. Perché credo sia necessario difenderla e preservarla questa trincea dell'immaginifico. Soprattutto ora. 

Tutelarne le voci, gli sguardi, i segnali e le prospettive. E allora siamo (e saremo) qui, a bivaccare, a sorvegliare, a prestare attenzione ai respiri della poesia, alle contaminazioni indispensabili della pittura, alle tracce di magma e di acciaio di una scultura che è presenza e resistenza, a quel sillabario dell'immaginifico che ci permette ogni giorno - ogni tempo - di immaginare l'altrove. Ecco allora che questo spazio breve ospiterà quelle "voci" che, nonostante tutto, hanno residenza nella storia più intima, entusiasmante, consapevole del nostro Paese. Buona lettura.