Disabilità e lavoro, un connubio possibile

03.03.2021

E' proprio ora che i soggetti più fragili non dovrebbero sentirsi esclusi 

Nelle definizioni di disabilità che nel corso degli anni si sono succedute, è possibile rintracciare un importante passaggio culturale.

Da una concezione che guardava esclusivamente all'individuo con le sue disabilità ad una più amplia che tiene conto e conferisce all'ambiente di riferimento, estrema importanza.

Nel 2004 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la disabilità come: "la conseguenza o il risultato di una complessa relazione tra la condizione di salute di un individuo e fattori personali e ambientali che rappresentano l'ambiente in cui l'individuo vive."

Il modello sociale, affermatosi negli ultimi decenni nel campo della disabilità, pone l'attenzione sul dovere, da parte della società, di sostenere la libertà e l'uguaglianza di tutti gli individui, inclusi coloro che possono avere necessità di un sostegno sociale.

Di fatto, secondo tale modello, che ciò che si deve adattare e correggere non è l'individuo, ma l'ambiente, gli atteggiamenti degli altri individui, le strutture istituzionali.

La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità riconduce la situazione di disabilità "all'interazione tra persone con minorazioni e barriere attitudinali ed ambientali, che impedisce la loro piena ed efficace partecipazione nella società su una base di parità con gli altri".

Siamo convinti che l'inclusione sociale passi per quella lavorativa e che ci sia ancora tanta strada da percorrere per raggiungerla.

Il collocamento della persona disabile, nell'ordinamento italiano, è disciplinato dalla Legge 68/99, che introduce il nuovo istituto del collocamento mirato.

Il lavoratore non è più assunto per il solo fatto di appartenere ad una "categoria", come avveniva con il collocamento obbligatorio, ma sulla base della sua formazione, delle sue capacità e tenendo conto delle sue potenzialità di crescita professionale.

La Legge regolamenta le quote di lavoratori disabili o con minorazioni fisiche o mentali che ogni azienda dovrebbe assumere, in rapporto al numero complessivo di dipendenti:
uno per le aziende con 15-35 dipendenti;
due per le ditte con 36-50 dipendenti;
il 7% del totale per le realtà più grandi.

Nonostante la legge 68/99, analizzando i dati Istat relativi all'anno 2019, su un totale di oltre 3 milioni e 100 mila italiani con disabilità, si registra un livello di inclusione nel mondo del lavoro pari al 31,3 %, (con maggiori difficoltà per le donne), al sud il livello di inserimento lavorativo scende addirittura al 18,9%.

Il 21 dicembre 2020, con la circolare n.19, il Ministero del Lavoro ha riconosciuto l'applicabilità dell'istituto della sospensione degli obblighi di assunzione di lavoratori con disabilità, previsto dall'art.3 comma 5 della suddetta Legge 68/99, nel caso di intervento degli ammortizzatori sociali. L'obbligo è sospeso per tutta la durata degli interventi di integrazione salariale per l'emergenza COVID-19, in proporzione all'attività lavorativa effettivamente sospesa e al numero delle ore integrate o alla quantità di orario ridotto. Se da un lato si è provveduto, mediante il blocco dei licenziamenti, a tutelare il lavoratore ordinario, quello disabile è stato "accantonato".

Se il fine fosse stato, data l'emergenza, quello di tutelarlo, si sarebbe potuta prevedere la possibilità da parte di quest'ultimo, di posticipare l'assunzione, non negarla.

Accantonato dunque, non tutelato, penalizzato, non protetto!

Nella medesima direzione, in un momento di crisi economica, era già andata la circolare del Ministero del Lavoro n.2 del 2010.

Ciò fa emergere una triste realtà: nei i periodi di crisi, siano esse di natura economica, sociale, sanitaria, la persona con una disabilità è considerata, purtroppo, come un peso non come una risorsa.

È proprio nei periodi difficili, come quello che da un anno siamo costretti a vivere a causa della Pandemia invece, che i soggetti più fragili dovrebbero non sentirsi esclusi.

Sono tanti i disabili che, consapevoli della propria condizione, si sentono un peso per la famiglia, per la società, soggetti passivi, schiacciati da una cultura assistenzialista.

Il lavoro è relazione, socializzazione, dignità, il lavoro consentirebbe loro di vivere un riscatto, di sentirsi utili, di vivere e viversi finalmente, come cittadini attivi e autonomi.

Per una persona disabile, costruire una rete sociale, confrontarsi anche al di fuori della famiglia, è di fondamentale importanza; consente di non regredire rispetto ad abilità acquisite con fatica nel tempo e di ridurre il forte rischio di isolamento sociale.

L'auspicio è quello di nuovi interventi a livello nazionale ed internazionale che conducano ad un nuovo sistema sociale ed occupazionale, affinché le persone con disabilità possano essere, non solo inserite ma integrate ed incluse nel mondo del lavoro.... L'auspicio è che si possano abbattere barriere e costruire ponti.