Fabbricanti di morte

25.03.2021
di Deborah Ciccone 

La guerra al Covid-19, la trincea di chi, in prima linea ha lavorato con turni massacranti per salvare vite, un paese in ginocchio per combattere il nemico comune.

Quando l'Italia si è fermata, l'industria della difesa è stata autorizzata a proseguire le attività, al pari dei comparti sanitari e della filiera agroalimentare.

Ci hanno chiesto di restare in casa, di stringere i denti, ci hanno chiesto di non lavorare.

Hanno giudicato essenziali o meno, le nostre attività ma in una pandemia, che ha fatto più vittime di 2 guerre mondiali, hanno reputato indispensabile la fabbricazione e l'esportazione di armi!

Dirette sempre più verso Paesi coinvolti in conflitti o regimi autoritari.

Aggirando dunque, la Legge 185 che vieta l'esportazione verso paesi in stato di conflitto armato o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.

La nazione che ha ricevuto più armi italiane è stata la Turchia. Nel 2019 la Farnesina, in risposta all'offensiva di Erdogan, ha sospeso il rilascio di nuove licenze. Dai dati Istat sul commercio estero, però, emerge che le aziende italiane hanno continuato a vendere armi e munizioni alla Turchia, con un picco nel mese di ottobre, mentre sulla Siria piovevano bombe.

E così, mentre ci parlano della battaglia contro Covid, contribuiscono ad attaccare civili, a distruggere vite, ad offendere diritti umani, a fare guerra alla pace, fabbricando morte.

Lo fanno in Italia, in un'Italia in ginocchio, che contava e conta morti ogni giorno.

Morti perché nel nostro paese, mentre si fa fatica a reperire bombole dell'ossigeno, si fabbricano bombe.

Bombe fabbricate in un paese che ama definirsi civile, da vendere a paesi che poi, definisce incivili.

In Italia, dall'inizio della pandemia sono morte 105.328 persone; molte, non hanno avuto il privilegio di accedere alle cure necessarie, altre non sono state soccorse per mancanza di mezzi.

Fa rabbia sapere che con la spesa di un F35 avremmo potuto allestire 3244 posti letto di terapia intensiva, che un sottomarino nucleare costa come 9.180 ambulanze, che avremmo potuto comprare 5 miliardi di mascherine ma abbiamo preferito una porterei nuova di zecca!

Per rispondere all'emergenza sanitaria del SARS-CoV2 sono stati stanziati, come misure economiche straordinarie, 25 miliardi; la stessa cifra del bilancio annuale per la Difesa.

Nel settore sanitario sono stati tagliati oltre 43 mila posti di lavoro e in dieci anni si è avuto un definanziamento complessivo di 37 miliardi.

Stanziare 26 milioni annui per la difesa e tagliare alla sanità pubblica, non è solo ingiusto.

E' criminale!

E così, mentre nelle case, negli ospedali, si lotta per la vita , altri, intorno ad un tavolo, decidono per la morte.

Più armi non significa più sicuri, il contrario.

Difenderci significa ripensare alla spesa pubblica, investire nella sanità, nella scuola, nel lavoro, nell'ambiente, nel Welfare, tutto il resto si chiama interesse!

Interesse di pochissimi, a scapito di tutti gli altri.

Abbiamo avuto e abbiamo bisogno di medici, di scienza, di ricerca, abbiamo visto che contro una pandemia un F35 non può nulla. Allora forse, è giunto il momento di investire i soldi pubblici, i soldi della gente, per, non contro la gente.

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