Giuseppe, l'uomo giusto

18.03.2021

Camminando con Dio o seguendo Gesù, il Figlio, tutti gli amici del Signore mostrano sempre la loro fede eloquente attraverso l'obbedienza, l'ascolto puntuale e pratico della Parola loro inviata. Per quasi tutti loro la fede diventa a sua volta parola, parola di dialogo con Dio, parola rivolta ai fratelli.
Ma c'è un amico del Signore che mostra l'eloquenza della sua fede solo attraverso il silenzio, il silenzio obbediente: Giuseppe di Nazareth, il falegname, padre di Gesù il Messia. Di lui si parla pochissimo nei vangeli, di lui non conosciamo neppure una parola: anzi, nei vangeli è subito dimenticato. Esce ben presto dalla vita di Gesù così come nel silenzio vi era entrato. Il mistero di Giuseppe è il mistero del povero, del semplice, del piccolo, dell'uomo del silenzio...

È importante accogliere Giuseppe così come ce lo presentano i vangeli, dunque nel suo silenzio, un silenzio che è eloquenza della fede così come lo sono le parole di altri amici del Signore. Nella storia della salvezza infatti molti servi del Signore appaiono silenziosi, addirittura anonimi. Eppure sono in dialogo con Dio, sono suoi servi essenziali al compimento del disegno di salvezza. 

Giuseppe viene "narrato" nel Vangelo in tre notti: nella prima notte egli riceve in sogno un annuncio che lo illumina intorno alla grandezza di Maria che lo rassicura di non temere di prendere come sposa Maria perché il figlio che è nel suo seno non è di un altro uomo, ma opera dello Spirito Santo. Giuseppe deve essere suo padre perché lui solo è figlio di David e padre del figlio di David. Questo è il suo contributo all'incarnazione: dichiarare Gesù suo figlio perché venga realizzata la promessa fatta a David (cf. 2Sam 7.12-13) e la profezia di Isaia (Is 7,14). Ecco il giusto che si mostra come l'obbediente. Giuseppe compie ogni cosa in piena sottomissione. Contraddice la sua decisione di rimandare Maria e la conduce a casa sua rendendola definitivamente sua sposa. Il suo silenzio diventa eloquente quanto le parole di Maria: "Avvenga di me quello che hai detto".

Il silenzio di Giuseppe avvolge il mistero della maternità di Maria e il mistero del "Dio-con-noi": Giuseppe ne è il custode per eccellenza. Designato come l'ultimo anello della genealogia tra Abramo e Gesù, a Giuseppe è richiesto di rinunciare alla paternità, quella funzione così essenziale agli ebrei al fine del compimento del disegno di salvezza e della venuta del Messia.
Giuseppe lascia che Dio agisca. Quel che Maria accetterà sotto la croce, Giuseppe lo accetta già qui, all'inizio dell'incarnazione.

Dopo la nascita di Gesù seguono poi gli anni di Nazareth in cui il bambino cresce. È in quello spazio familiare che Gesù impara a pregare, a leggere le scritture, si scopre un ebreo, riceve la fede che gli viene trasmessa, forma la sua personalità spirituale... L'educazione e la crescita di Gesù sono lasciate dagli evangelisti nell'ombra e noi rispettiamo questo silenzio, ma occorre pur dire che Gesù giunge alla personalità adulta di uomo e di credente anche grazie a Giuseppe e Maria e che a poco a poco è passato dal dire "padre" a Giuseppe al chiamare Dio Abba anche grazie a loro.

Adempiuta la sua missione Giuseppe scompare: non sappiamo né come né quando è morto, ma l'unica morte che conta è quella che ha fatto a se stesso con una piena obbedienza accogliendo Maria, accogliendo Gesù, accogliendo le parole del Signore ricevute in sogno. Non sappiamo quanto tempo Gesù trascorse a Nazareth dopo i dodici anni, ma in quel periodo l'amore di Giuseppe influì sull'amore filiale di Gesù e certamente il suo inconscio è restato impregnato dalla figura di Giuseppe, dalle sue parole, dai suoi sguardi e dal suo silenzio e così Giuseppe, che non ha generato Gesù secondo la carne, l'ha generato come uomo e l'ha fatto passare dalla relazione della paternità umana a quella di Dio.

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