"Il dono di saper vivere" di Tommaso Pincio

05.02.2021
di Francesca Iervolino 

Esiste un dono del saper vivere, uno speciale talento nel saper stare al mondo? E cosa si fa se scopriamo che non possediamo quel dono? Il Melancolìa, protagonista del romanzo "Il dono di saper vivere" di Tommaso Pincio (Einaudi Super ET), nel grigiore della prigione che lo ospita da dieci anni, accusato di un delitto che dice di non aver commesso, si pone ossessivamente queste domande. Durante le lunghe ore di vuoto, all'uomo non rimane che ripercorrere il proprio vissuto, narrando al lettore di come fosse scialba e vuota la sua vita di gallerista squattrinato e come è monotona ora quella di detenuto, uguale e triste giorno dopo giorno. Nessun libro, neanche quelli che il suo avvocato (ossessionato dalla figura di Flaubert) si ostina a portargli riescono a dargli la pace e il conforto di cui ha bisogno per affrancarsi dalla costante e opprimente vista di quegli "odiati muri".

E così, durante i lunghi e cupi pomeriggi che si susseguono, ripercorre i suoi ricordi di giovane studente, rivivendo le mattine trascorse nelle sale di Villa Borghese disegnando e lasciandosi affascinare dalle sculture del Canova e più tardi, qualche anno dopo, di impiegato nella galleria dell'Intestino. Tuttavia, nella grigia galleria, il Melancolia non riesce ad imporsi, non sa "vendere l'arte" e questa sua inettitudine lo porta a riflettere sulla sua inadeguatezza come gallerista e si rende conto che, guardandosi allo specchio, non riconosce se stesso. Poi arriva un "segno" inaspettato e lui, che non crede nei segni, inizia a pensare che forse vale la pena riportare alla luce una vecchia idea: scrivere un libro su Caravaggio. Qui assistiamo ad un cambiamento: la voce narrante cambia. Non è più quella del Melancolia ma alla sua subentra la voce dell'autore, di cui il Melancolia non è altro che il riflesso, che appunto ci parla di un libro iniziato, ma odiato sin da subito. Che fare dunque? Continuare a scrivere nonostante l'impasse o cestinare il libro e abbandonare l'idea? Al tedio dei dubbi continui si sostituisce l'inaspettato e fatale incontro con un libro recuperato dalla spazzatura dal titolo "Tutta la pittura del Caravaggio". Un altro segno.

Il dono di saper vivere di Tommaso Pincio (Einaudi) è un meta-romanzo di straordinaria forza e impatto emotivo, un sincero e a tratti crudo esame di coscienza sul saper vivere e sul tempo che ciascuno di noi impiega per farlo. L'autore riesce a far funzionare e coesistere abilmente, allo stesso tempo, diversi generi letterari (romanzo autobiografico, saggio, trattato estetico), creando una prodigiosa armonia tra fiction, memoir e critica riflessiva con un unico tema predominante: la figura del celebre pittore Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, sfondo di tutta la narrazione. Caravaggio e il Melancolià sono dunque il doppio ritratto l'uno dell'altro e, come in uno specchio, l'uno si riflette nell'immagine dell'altro. Pincio, con abile e ricercata maestria trascina il lettore, lo sorprende ad ogni pagina, lo induce a riflettere e a mettersi a nudo e lo catapulta nel modo dell'arte e nella vita del pittore "maledetto".

«Questa è la mia esperienza, almeno» - dice il Melancolia - 

«Il dono di saper vivere si misura anche da come si resiste alla sciocca tentazione di delegare le proprie scelte a fantomatici segni del destino». 

Il pregio che l'opera riveste è proprio questo: scuote il lettore in un continuo alternarsi di consapevolezze e insicurezze e di scontri con il proprio io, spingendolo a ritenere che abbandonarsi al caso e aspettare che le cose accadano per inerzia o per un regalo del destino non equivale a "saper vivere", ma solo a sopravvivere.