Il pane della discordia

28.04.2020

Ho letto e riletto tante volte la nota che nella giornata di ieri 26 aprile, giorno a me molto caro, i vescovi italiani hanno ritenuto di voler divulgare in risposta alla conferenza stampa del premier Conte. L'ho letta e riletta e, dico il vero, mi è dispiaciuto, molto!  

Mentre la leggevo ho pensato con grande trasporto al contesto in cui l'Eucaristia è nata. Un contesto conviviale, ma simbolicamente pregno di gesti di grande forza, di straordinaria profondità e incredibile umiltà. Il "Maestro e Signore" si toglie le vesti, si cinge i fianchi con un grembiule, si inginocchia, lava i piedi, li bacia... lava i piedi a chi di lì a poco lo avrebbe tradito, lava i piedi a chi di lì a poco lo avrebbe rinnegato...poi, e solo dopo aver inquadrato il gesto nel suo contesto autentico, spezza il pane e invita i suoi: "fate questo in memoria di me". E' una delle pagine (Gv 13) che amo di più in tutta la Scrittura. E' quella che mi consegna Cristo servo, servo per amore. Quella in cui è consegnata alla Chiesa la sua vera missione. Gesù in ginocchio, a servire senza chiedere nulla in cambio. Gesù servo. Gesù amante. Gesù!

Mentre facevo questi pensieri mi scorrevano dinanzi agli occhi le immagini crude di mezzi militari che portavano via le bare di uomini e donne sottratti violentemente all'affetto dei propri cari che non hanno potuto avere una carezza, un'attenzione, la benché minima considerazione.

E continuavo incredulo a leggere la nota...fino al suo finale: agghiacciante. 

Cari vescovi, padri e maestri, spiace leggere certe cose in un contesto paradossale come quello che stiamo vivendo. Spiace soprattutto se quelle parole le pronunciate voi. Amo la Chiesa, la amo nella sua evangelica verità, la amo nonostante i calci di quale suo "rappresentante" e mi chiedo quanto contrasto ci sia tra la vostra nota, così nostalgica di tempi e privilegi andati, e le immagini di Papa Francesco, stanco, provato, solo in piazza San Pietro a dar forza, a "farsi pane" per tanti suoi fratelli e figli. 

Accolgo la carezza concessa nella possibilità di celebrare le esequie, con i più intimi ... la preferisco di molto al frastuono e al vociare di tante celebrazioni "affollate" e scomposte. 

E' vero, i credenti hanno bisogno di rifocillarsi, hanno bisogno del sostegno dei sacramenti, hanno bisogno di tonare ad essere comunità... ma, come insegna Qoelet, c'è un tempo per ogni cosa e forse questo per la Chiesa è ancora il tempo della prova, del crogiuolo e perché no della purificazione. Quante celebrazioni lasciate al caso, quanta intimità soppiantata dallo sfarzo, quante parole a soffocare la Parola, quanti segni ad offuscare il Simbolo. Nei giorni scorsi si è visto di tutto: palme benedette al supermercato, preti in stola a presenziare il canto di "bella ciao". Forse questo tempo ci aiuterà a recuperare autenticità, ci aiuterà a comprendere quanto prezioso è ciò che abbiamo. 

Bene, cari padri, ora è il tempo del silenzio e dell'ascolto. Della esichìa e del deserto. 

Mi manca l'Eucaristia. Mi manca la comunità. Ma forse ora è il momento di "togliere le vesti" e tornare in ginocchio. Non mi sento privato della libertà di culto. Stamani mi sono fermato in una chiesa a me cara, in silenzio profondo, Gesù era lì. Forse il culto da rendere ora a Dio è tentare di mettere al sicuro la vita del maggior numero di persone. Troppi morti, troppo dolore, quanti uomini e quante donne hanno dato la vita per quella degli altri. Quanti cirenei, quanti "Gesù". 

In questi giorni i nostri fratelli musulmani stanno vivendo il Ramadan. Moschee deserte, piazze deserte, come la nostra san Pietro. E quell'uomo solo, testimone fedele di un amore più grande che ci invita a "tornare in Galilea". Quanta ricchezza. 

Ci può essere una sola vita, cari padri, che non meriti l'attesa di qualche altra settimana di sacrificio, di prudenza? In un momento come questo abbiamo bisogno di pane, del pane della concordia, di parole che ci aiutino a ricostruire, a ritrovare coesione sociale.

La chiusa della vostra nota, così piena di "clericalese" è un sasso che il padre da al figlio che chiede il pane.