Io sono la porta...

02.05.2020

Il cap. 10 del Vangelo di Giovanni è noto come il discorso sul "buon pastore". In realtà al v. 11 Gesù dice "Io sono il bel pastore"; ma nei primi 10 versetti dice un'altra cosa. Dice: 

"Io Sono la porta delle pecore"

La metafora del pastore è il cuore della Parola di questa domenica; un'allegoria che va colta come rivelazione del cuore di Dio e che supera e include in sé il ministero pastorale che alcuni svolgono nella Chiesa. Se, infatti, non si coglie l'aspetto rivelativo di questa pagina, l'aspetto ecclesiale del ministero pastorale si svuota del suo vero significato. Gesù prima di presentarsi come il "bel pastore" si presenta come "la porta" delle pecore, l'elemento di frammezzo cioè tra il "fuori" e il "dentro", tra il partecipare del suo mistero e il restarne esclusi.

La dimensione rivelativa di questo testo ci è consegnata subito dalla forza espressiva del duplice "amen" con cui si apre: "In verità, in verità". Gesù con quegli "amen" sta rivelando qualcosa di essenziale alla fede dei suoi discepoli, alla fede di chi è deciso a seguirlo e che trova compimento nei vv. 11 e poi 14: "In verità, in verità" ... "Io Sono". Si presenta cioè come il bel Pastore e lo fa con il nome stesso di Dio "Io Sono". 

Le immagini in questo testo si svelano alla nostra lettura con una potenza simbolica ed una frequenza che non hanno eguali in tutto il Quarto Vangelo: l'ovile, la porta, il guardiano, il pastore, le pecore, la voce del pastore, il ladro, il mercenario, la vita sacrificata ... Ogni parola di questo testo apre mondi straordinari legati alla rivelazione della Prima Alleanza ed alla rivelazione che in Gesù ci è data del volto del Padre. Rivelazione che si pone come programma annunciato del Vangelo di Giovanni (cfr Gv 1, 18).

Purtroppo l'esigenza liturgica limita l'ascolto di questo capitolo ai primi 10 versetti. Andrebbe assaporato nella sua interezza, per essere compreso in tutta la sua potenza espressiva.

L'inizio del discorso che leggiamo in questa domenica si concentra su una prima affermazione di Gesù: "Io Sono la porta delle pecore", quella cioè attraverso cui deve passare ogni vero cammino di discepolato. Il movimento di questo cammino è segnato dall'ascolto, dalla sequela e dalla conoscenza del Signore. Chi passa per quella porta, che è Gesù, lo fa perché è capace di ascoltare la sua voce e lo segue perché conosce la sua voce cogliendo la differenza rispetto alle altre voci che tentano di prendere possesso del suo cuore.

L'ascolto della voce apre alla conoscenza che è una conoscenza reciproca tra pastore e pecora; se queste, infatti, conoscono la voce del pastore, il pastore conosce ciascuna per nome, le chiama una ad una per condurle fuori; la stessa sequela della pecora è generata dalla conoscenza della voce e dalla coscienza di appartenere al pastore (non gli sono estranee).

Le pecore di questo pastore riconoscono ne la voce perché, in fondo al cuore, ogni uomo ha la capacità di riconoscere la voce della verità e distinguerla dalla voce della menzogna. Le pecore conoscono il pastore perché hanno visto i suoi gesti di liberazione, hanno ascoltato la sua parola, hanno colto la libertà che egli dona loro rendendole capaci di amare, di sperare, di osare. Lo conoscono perché sanno di essere conosciute ed amate; Gesù è il pastore che "sa quello che c'è in ogni uomo" (cfr Gv 2,25). Lui solo lo sa!

Nel capitolo precedente Giovanni ci ha mostrato l'itinerario di uno che è diventato pecora del gregge di questo pastore: il cieco guarito. Quell'uomo ha fatto proprio un cammino di conoscenza di quel pastore che è venuto a trarlo fuori dalle sue tenebre perché lo conosceva; un pastore che è venuto a cercarlo, quando i "falsi pastori", (quanti ve ne sono ancora!) l'hanno cacciato fuori dall'ovile; l'ex cieco ha cominciato ad avvertire la differenza tra la verità e la menzogna, tra la libertà e la schiavitù, tra la vita e la morte; ora è uno che il pastore ha portato ad un esodo di liberazione. Ha sperimentato la tenerezza di un pastore che si è chinato sulla sua sofferenza e lo ha sorretto nella sua infermità. Non lo ha scacciato, non lo ha giudicato. lo ha amato! Quello che il capitolo del cieco nato aveva mostrato, ora Giovanni lo fa dire proprio a Gesù; le sue parole danno voce a quello che ha già fatto e annunziano quello che ancora farà; nel capitolo successivo ci sarà ancora una "pecora" già del suo gregge che è andata a perdersi nientemeno che nella morte ed il pastore la chiamerà per nome e la trarrà fuori dalle tenebre della tomba: "Lazzaro vieni fuori!" (cfrGv 11, 43).

Pastoreporta: un intreccio di significati in cui Giovanni vuole che entriamo per cogliere la ricchezza del mistero di Cristo che è venuto a visitarci. A cosa serve una porta? A due cose: a separare e a mettere in comunicazione. La porta sta in mezzo, consente di distanziarsi e di accedere; è "mediazione". La porta è una realtà che interrompe il muro che il mondo stringe attorno all'uomo cercando di renderlo prigioniero ed impotente; la porta che è Cristo è la via attraverso cui i discepoli possono uscire a libertà, attraverso cui possono raggiungere la vita; solo passando per Lui possono iniziare a seguirlo; dove? E' vero che il pastore conduce alla vita, che la porta che è Lui stesso è un varco sulla vita ma sempre per una via paradossale; infatti la vita cui ci conduce è "dare la vita"! La vita ha il prezzo della vita del pastore; Gesù dichiara che è venuto perché le sue pecore abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza; un'abbondanza di vita che Lui dona offrendo tutta la vita e perdendola per amore; qui il pastore assume già i tratti dell'agnello; è l'agnello della Pasqua nel cui sangue c'è la liberazione dalla morte e dalla schiavitù (cfr Es 12, 7.13), è l'agnello dello Yom Kippur che porta i peccati del popolo che, nel suo sangue, mette a contatto quei peccati con la bruciante misericordia di Dio che distrugge il peccato (cfr Eb 9, 6-28 e Lev 16, 2-29).

Gli altri, che non sono pastori e che Gesù ha espressamente chiamato ladri, sono porte che si aprono sulla morte, vengono solo per rubare, sacrificare e distruggere; importante il secondo verbo che, più che significare semplicemente "uccidere" significa "sacrificare". Quelli che non passano per la porta che è Gesù e la sua via, vengono nel recinto delle pecore per sfruttare, per rubare e per immolare le pecore nel loro tempio, nel tempio elevato alla loro stessa potenza. Gesù sta parlando dei falsi messia che si presentano come salvatori dell'uomo ... certo, quelli del suo tempo ma quelli di ogni tempo ... quelli che sacrificano gli altri sui loro altari, perfino in nome di Dio, perfino in nome della verità e della libertà ... a volte usano il nome di Dio per far violenza e togliere agli uomini libertà e vita ... Il pastore che è Gesù è invece colui che sta per offrirsi Lui stesso come agnello; è Lui che si offrirà in sacrificio per dare vita e libertà. E' Lui che così fa uscire le pecore del suo gregge, le immette in un esodo verso la terra promessa della nuova umanità che Lui ha mostrato ed inaugurato.

Se avremo guardato a questo Pastore che è Gesù potremo poi pensare a come dare noi stessi la vita per Dio e per i fratelli, potremo capire come realizzare le nostre vocazioni, come dire sì alla voce di Dio che chiama ... solo dopo aver guardato a questo Pastore che è Gesù si potrà cogliere a pieno cosa significa essere pastori nella Chiesa ... se si guarda a Lui si capirà che essere pastori comporta solo una cosa e non a parole: dare la vita ed aprire vie di vita ai fratelli.