Magi... per un'altra strada...

05.01.2021

Speciale Epifania

Affascinanti e conturbanti, i Magi di cui ci parla il capitolo secondo del Vangelo di Matteo rappresentano personaggi singolari nel racconto della nascita di Gesù. Sono segno di un mondo estraneo, lontano, che reca omaggio a questo piccolo bambino, che un astro celeste indica come re. I Magi appaiono sullo scenario di ciò che in seguito sarà il nostro presepe con la stessa rapidità e leggerezza con cui se ne allontanano: i loro gesti sanno di una sapienza che diventa ricerca e di una ricerca non priva di sapienza.

Nel cosmo ordinato del cielo, avvistano un astro - la stella di un re, la stella del bambino di Betlemme - che li mette in moto e li fa uscire dalla loro terra verso una terra straniera, nella quale correre il rischio di una scelta. Così da uomini di prestigio e potenti - la tradizione ce li ha presentati sempre come re - si trasformano in ricercatori, prendendo distanza dalla loro agiatezza e situazione di sicurezza, per tenere il passo con quell'astro speciale apparso all'orizzonte della loro vita.

Quando poi, all'improvviso, presso la città santa di Gerusalemme la stella del re non appare più, ecco che i magi sono chiamati ad un ulteriore passaggio: da sapienti a profani che devono interrogare altri sulla direzione del loro cammino, da perspicaci scrutatori delle vie del cielo a stupiti uditori delle profezie antiche di Israele che segnalano le vie della terra. Chissà quanto estranee ai loro orecchi risuonarono le parole del profeta Isaia, citate dai capi dei sacerdoti e dagli scribi del popolo, il quale proprio nel piccolo villaggio di Betlemme, a poca distanza dalla città santa, indicava il luogo dal quale l'Altissimo avrebbe fatto uscire il capo e il pastore del popolo di Israele. Ebbene i Magi ascoltano la straniera antica sentenza, recepiscono pure la strana richiesta, formulata in segreto, dal re Erode.

Dinanzi ai loro occhi si configura, però, un paesaggio davvero particolare: sacerdoti che sanno leggere le profezie ma dimostrano di non cercare più nulla e un re che sembra interessarsi alla cosa da lontano: "fatemi sapere", raccomanda ai Magi. È un paradosso! Stranieri che con la loro sola presenza dicono che la profezia potrebbe davvero compiersi e loro, i sacerdoti, i capi del popolo e il re in persona restano spettatori appena incuriositi!

È davvero estraniante la freddezza con cui tutti costoro si pongono dinanzi al possibile compiersi di quella promessa che da sempre aveva sostenuto i loro padri. Ma senza indugio alcuno, senza mai porre obiezione, i Magi accettano di attraversare la distanza culturale, cultuale, politica... emotiva, che ancora li separa, nel loro lungo viaggio, dalla meta. Da soli riprendono il loro cammino e la loro ricerca e la stella riappare, indicando il luogo del re-bambino, cui porgono i loro doni, sigillando così la missione che si erano assegnati.

Di fronte al neonato in braccio alla madre si prostrano: è il gesto di un piegarsi che li rende umili, piccoli, aperti ad accogliere chi sta dinanzi. È un gesto rischioso: nessuno sa mai come l'altro reagirà. Ma quell'altro essi vogliono adorare: è il desiderio di un lasciarsi riempire dalla sua presenza, di accoglierlo ed essere accolti. È qui che si apre lo spazio per il dono: tre regali carichi di una profonda simbologia, attraverso la quale esprimono il loro riconoscimento ad un bambino singolare, destinato ad unire il cielo e la terra nel suo corpo cui la mirra, balsamo che lenisce le ferite, profeticamente annuncia un ministero d'amore sofferto.

Ora possono tornare a casa: un sogno li invita a non tornare da Erode e ritornano a casa. Lo fanno "per un'altra strada". 

Si fidano del sogno e così, ancora una volta, i Magi sono invitati al cambiamento, a percorrere altri sentieri, a non temere l'estraneità. Nella storia dei Magi tutto ci parla di un permanente confronto con l'estraneità: dalla stella "speciale" che annuncia qualcosa di straordinario alle peripezie del viaggio, che proprio vicinissimo alla meta trova un nuovo ostacolo; dalla reazione dei capi dei sacerdoti, degli scribi del popolo e dello stesso Erode al tempestivo sogno premonitore finale. Ma vi è un'altra estraneità con la quale i Magi devono fare in conti: ed è l'estraneità con se stessi, che si palesa nella decisione di partire, di lasciare il noto per l'ignoto, nella franchezza e nell'umiltà di chiedere lumi a gente straniera nell'ora della difficoltà, nel riconoscere in un bambino il futuro di una grande promessa, nell'accogliere la voce che parla la notte, la voce del sogno. Solo dopo tale esperienza possono tornare al loro paese, che non è più il vago e generico "Oriente" di cui si parla all'inizio del racconto per indicare il luogo di partenza dei Magi. Dopo aver incontrato Gesù, possono tornare al paese che loro appartiene.

In un contesto così profondamente turbato, come quello che vive oggi il cristianesimo, che non solo è divenuto estraneo agli uomini e alle donne del nostro tempo, ma lo è addirittura nei confronti di se stesso, la vicenda dei Magi risulta più che mai preziosa. Mentre più o meno tutti si va alla ricerca dell'esperienza suggestiva, spiritualmente attraente, divisi tra chi apostrofa come del tutto inutile l'esperienza religiosa e chi invece è certo di aver individuato l'ultimo carisma, quello che scioglierà ogni dubbio e soddisferà ogni domanda, gran parte della tradizione cristiana è divenuta totalmente estranea agli stessi fedeli e tutto appare sempre più lontano dal vissuto e decontestualizzato, tanto da apparire un cristianesimo senza dimora.

Per questo ci appare preziosa la vicenda dei Magi. Essi insegnano a non respingere sdegnosamente i percorsi segnati dalla estraneità, ma ad assumerli come spazi in cui rischiare la propria libertà e poter sperare di trovare una casa alla quale tornare. Come per loro, è importante anche per la fede cristiana, con un gesto di sovrana libertà, riconoscere l'urgenza di un viaggio incontro al mondo straniero che in verità la ospita. Il cristianesimo non deve aver paura di prendere le distanze da se stesso, da un certo stile, da un determinato linguaggio - proprio in questi giorni il Patriarca Pizzaballa ha rivolto un forte invito all'occidente cristiano ad essere meno clericale - da un collaudato universo concettuale da uno specifico modo di organizzare il suo spessore istituzionale. Deve affrontare con scioltezza il viaggio dentro il cuore di un tempo che gli si dichiara estraneo.

Deve quindi uscire da ogni forma di irrigidimento dogmatico o morale della sua verità, da ogni difesa autoreferenziale dell'istituzione ecclesiale e accogliere la sfida di un confronto aperto con la cultura del nostro tempo. Certo, incontrerà sapienti che sanno profetizzare restando ne caldo dei loro palazzi e re che governano il mondo a parole e con belle intenzioni, che spesso si trasformano in cattive azioni. 

Ma vi troverà pure un inedito coraggio a mettersi di nuovo in ascolto del Vangelo, a porsi con umiltà alla soglia del Nuovo Testamento, e confessare che in verità non siamo ancora mai stati cristiani.

E forse da un tale gesto di libertà potrà nascere la possibilità di ascoltare , come se fosse la prima volta, la Parola di Gesù... e forse, ancora di più, la voce del sogno nella notte dell'estraniamento potrà indirizzare ad un ritorno a casa... per un'altra strada!

Una via altra che possa condurre verso un cristianesimo che insegni agli uomini e alle donne il guardare di Gesù, che invita a riconoscere la presenza dell'amore di Dio e i segni del suo sogno nella bellezza dei gigli del campo, nella tenerezza dei piccoli del corvo ; verso un cristianesimo che non fa la predica a nessuno, che non soffre di inutili protagonismi, che si compiace invece di ogni gesto di bontà e attrae i suoi figli su una via di gratuità e di bellezza. Verso un cristianesimo più preoccupato ad intercettare i tanti Magi che hanno iniziato il loro cammino e non sanno più a chi chiedere indicazioni per non perdersi, verso un cristianesimo che sa stare dalla parte di chi soffre, di chi è povero, di chi non si aspetta più nulla dalla vita, anche costasse il dover alzare la voce contro i tanti prepotenti di questo mondo. Verso un cristianesimo che sappia incamminarsi con gli uomini e le donne del nostro tempo, per un'altra strada.