Massimo Mancini. MEMORIE

02.03.2021

di Rocco Zani

Molti anni fa, all'inizio del mio lavoro di cronista - quando l'immaginifico tracciava finanche i bordi del quotidiano - scrissi un brano affollato di personaggi improbabili. Gnomi e fate, echi stravaganti, ombre di profili, occhi stanati. Scrivevo di un luogo dalla storia millenaria e di reminiscenze sopite. E quelle creature sembravano una tribù lunare sopravvissuta tra boschi bruniti e precipizi di incanto.

La valle di Comino è un protettorato di magie, di segreti riferiti, di un vocìo di foglie e muschio. 

Ma è innanzitutto un accampamento di memorie e di sguardi che, come il fiume sotterraneo, hanno intagliato i volti e le mani degli uomini ridisegnandone il sorriso e l'umore, la pietà o l'ira. Non è un caso, forse, che Massimo Mancini scolpisca volti. In un incedere talvolta bizzarro, assai spesso veritiero, come calco di remoti riverberi. Volti affilati come lance di pietra, a loro volta sbozzate da mani primitive. Volti appuntiti dal vento che è parola di dolcezza o di inganno quando sbanda per terrapieni o si ritira fulmineo. Volti molati e sapienti, come l'occhio che ha saccheggiato il tempo archiviando il dolore e i dubbi, le miserevole certezze o il bagliore della luna eterna.

Ecco allora che il fare scultura di Massimo Mancini è in fondo un crocevia di memorie, e l'appartenenza al luogo - come cortile stratificato di parole e di sguardi - si fa capoverso di ogni nascituro racconto. 

Perché in quelle forme aguzzate, perfino avventate, c'è la matrice del suo viaggio, o meglio, il riepilogo di una umanità che ha condiviso - con lui - la foce dello stesso fiume, l'alito ventoso, le ore della luce e dell'ombra, la regalità della stessa pietra. Con la mestizia e la sorpresa che per millenni hanno fatto sosta nella stessa dimora. Gli occhi delle sue creature, in fondo, sono i suoi.