Quo Vadis?

08.06.2020

Dove vai, cara Chiesa?

Spesso, soprattutto negli ultimi anni mi sono fermato a riflettere sul cammino della Chiesa e sul mio cammino in essa. E ho dovuto, mio malgrado, fare i conti con una realtà spesso, forse troppo, diversa dalla Chiesa di Gesù che amo e in cui credo. Ho dovuto vivere sulla mia pelle la cecità di scelte lontane dalla logica, lontane dal buonsenso. Ho dovuto fare i conti con la durezza di "pastori" più preoccupati del recinto che delle pecore, ansiosi di proporsi come esempio, ma mai pronti a chinarsi sulle ferite, ben saldi su poltrone rosse e in abiti dorati per farne letture e darne giudizi, mai proni per lavarle e fasciarle. Ho compreso quanto la pochezza umana di chi odia può offuscare orizzonti disegnati in anni di sacrificio e dedizione.

Ho visto e sentito cose che forse non racconterò mai, ma che mi hanno indotto ad interrogarmi in profondità fino ad arrivare a risposte che forse non avrei neppure mai immaginato. Fino a spingermi a scelte che decisamente mai avrei sognato. Consapevole di non essere migliore di nessuno, di avere limiti e di essere un pellegrino in cammino spesso tra i rovi, mi sono alimentato di studio e preghiera e delle pagine di grandi uomini e donne del passato e del presente che hanno aiutato la Barca di Pietro a tenere la rotta. Nelle mie letture spesso ho avuto tra le mani i testi di Enzo di Bianchi, il fondatore di Bose. E proprio la sua vicenda umana mi convince che nella rotta della Barca di Pietro, più di qualcosa non va. Al di là degli scandali, al di là dei luoghi comuni, al di là dei pregiudizi, ma c'è qualcosa che nel profondo ne sta deviando il cammino.

Qualche giorno fa è stata scritta una delle pagine tra le più oscure della Chiesa cattolica contemporanea. Inviate da Roma, tre persone, che probabilmente non hanno mai fatto un giorno di Comunità, hanno decretato, l'allontanamento dalla Comunità monastica di Bose del Fondatore, di chi ne ha scritto la regola, di colui grazie al quale per la prima volta, dopo Paolo VI nel Concilio Vaticano secondo, ha parlato di ecumenismo, di rispetto e dialogo delle fedi, di amore per l'uomo prima ancora che per Dio, di coscienza prima ancora che di legge e di morale dogmatica. Un uomo alla cui esperienza si sono ispirate innumerevoli realtà monastiche e non. 

Enzo, alcuni anni fa, lasciò volontariamente il suo ruolo di Priore con grande umiltà a favore dell'allora suo vice, per poterlo aiutare a crescere nel ruolo quando ancora Enzo fosse nelle forze dell'età per farlo. Un progetto di grande fratellanza e umiltà. Quando lo seppi, mi tornò immediatamente in mente l'esperienza di Mons. Paracchini, un uomo straordinario che aveva fondato il Seminario in cui mi sono formato e dove ho svolto il servizio come Vice-Rettore. Fece la stessa cosa. Smise di dirigerlo per affidarlo in altre mani... mani che dopo poco lo accantonarono, fino a cacciarlo. Oggi quel Seminario non esiste più!

E anche Bose dopo poco ha intrapreso un percorso molto distante dal progressismo di Enzo, autoreferenziale, conservativo; ed Enzo è diventato scomodo, pericoloso per questo disegno di comodo immobilismo. Chiunque nella sua vita abbia visitato Bose, o qualunque altro dei centri formati grazie all'impegno spirituale di Enzo e dei suoi fratelli, sa quanto Enzo e la sua testimonianza siano stati importanti per fare di quei luoghi autentici fari di cristianità.

Ha detto nei giorni scorsi Vittorio Sgarbi che "Dare, più o meno implicitamente, dell'eretico a un uomo come Enzo Bianchi è essa stessa un'eresia.
Constatando purtroppo come nelle file dei padri "regolari" si celi ogni peccato di umano orgoglio,in nome di una autorità formale,allora diventa disumano, grottesco e drammatico umiliare padre Enzo. Pensare al tradimento dei membri della Comunità e dell'attuale Priore verso chi ha insegnato loro a amare gli uomini e Dio è intollerabile. Non si può' accettare, neanche nel nome della fede". Come non dargli ragione! 
Si legge che il Papa abbia ratificato con rammarico il provvedimento, ma il Santo Padre sa bene quanto Enzo abbia creduto in lui, lo abbia sostenuto con obbedienza come capo non della chiesa dei poteri e delle caste, ma degli ultimi e dei perseguitati: e allora forse da lui ci saremmo aspettati una parola altra. 

Bose non è della Chiesa, Bose è nella Chiesa. Enzo ha commentato questa vicenda definendo il presente "il tempo dell'obbedienza e del silenzio". E il silenzio a volte resta la via per comprendere davvero la volontà di Dio, anche di fronte ad una ingiustizia palese e carica di umana povertà.