Una storia per Natale.

09.11.2020

Nel silenzio quasi irreale della città, in questo tempo così strano e così provato, tempo in cui ogni certezza, ogni progetto, ogni desiderio si scontra con la realtà di qualcosa di invisibile ma così mostruosamente forte, che crea angoscia, morte, che trasforma vite e relazioni, in cui non si sa a chi credere ma nel frattempo si contano i morti, a centinaia ogni giorno, sento forte il desiderio di autenticità. Di qualcosa di vero. Di qualcosa di più. Rimiro la luna, quasi a contemplarla dalla mia finestra che dà sul mare.

Il mare... di quante notti e quanti sogni, di quante lacrime e quante preghiere è stato custode, e con lui la luna. Di quanto amore e di quanti sogni.

Si sente da lontano il suono incerto di una campana, che è quasi un invito.

Il vento è gelido e si aggira pungente tra le strade del centro.

Le luminarie colorate cercano timidamente di gettare luce sui pochi passanti che sbirciano le vetrine alla ricerca del regalo giusto per il Natale. Sotto un portone alla stazione un ragazzo suona un violino scordato e il suo fedele cagnolino lo ammira accucciato sopra una coperta sudicia. Per strada c'è ancora qualcuno ma nulla a che vedere con le folle che di solito, ogni anno, rendono difficile anche il solo camminare, con quel fiume di auto, berretti e sciarpe colorate. Tanto da farmi chiedere "chissà se mai tornerà tutto quello". Ora tutti vanno di fretta, per vincere il coprifuoco, saltano da una vetrina all'altra. Una donna sta seduta davanti ad un negozio con le mani tese, una ciotola sbeccata con pochi spiccioli e un cartello appoggiato a terra con una scritta illeggibile. Una ragazzo, bardato come un alpinista appena sceso dal K2, distribuisce la pubblicità di uno dei pochi bar rimasti in città che cerca di sopravvivere.

Una coppietta sta abbracciata su una panchina, sembra un innesto vivo su quel tronco gelido in attesa di vita calda. Guardando di qua e di là, tra un pensiero e l'altro, tra una nostalgia e un desiderio inespresso raggiungo la chiesa, varco il portone. Mi chiudo la porta alle spalle e subito il silenzio, finalmente, viene a farmi visita, un silenzio diverso che sembra abitato, da qualcuno o da qualcosa che sembra mi aspettasse. La chiesa è quasi buia e deserta, non c'è nemmeno il prete, solo una signora anziana che sgrana il rosario e bisbiglia le sue orazioni sotto voce. Qualche candela accesa agli altari laterali crea un'atmosfera particolare e poi la musichetta del presepe allestito in una delle cappelle laterali. Bello, semplice, tradizionale. Mi siedo lì vicino e osservo i vari personaggi. Ognuno è intento nel suo lavoro: il panettiere, il pescivendolo, il pastore e molti altri... c'è anche l'oste con la mascherina. Trovo pure il mio personaggio preferito: il dormiglione. Una striscia sottile di farina traccia i sentieri di quell'angolo di Bethlemme e uno specchio ovale regala acqua luminosa alla memoria della nascita del piccolo Gesù. La grotta con Maria e Giuseppe è costruita in un angolo. Bella, ampia, ordinata. Gli angeli svolazzano felici e il cucciolo di Messia sorride sereno. Almeno lui. Forse la scena è dipinta con caratteri eccessivamente zuccherini, ma c'è un elemento che attira la mia attenzione: tranne Maria e Giuseppe nessuno dei presenti sulla scena è rivolto a Gesù. Ciascuno è preso dai suoi affari. Ciascuno è preoccupato delle sue cose. Forse il piccolo Gesù non aveva riccioli biondi e guanciotte paffute come nella ricostruzione, ma di certo la sua nascita è avvenuta in questo contesto di totale indifferenza.

E forse, realmente, è così anche oggi. Ognuno corre per la sua strada, bada ai suoi affari, ai suoi affanni, si lamenta per la crisi, sbuffa per la politica e per gli intrighi del potere, prepara il menù per le feste di Natale, che spera di poter trascorrere almeno con in propri cari, di passare giornate di totale riposo, ricicla qualche regalo per i parenti.

E Lui è lì, in quella culla improvvisata in una mangiatoia.
Gesù nasce nell'indifferenza per fare la differenza.
Da quel giorno in cui Dio ha preso carne nella nostra carne, in cui l'eterno è entrato nel tempo, nulla è come prima. Da quella notte, in cui il primo vagito dell'Altissimo stretto tra le braccia esili e coraggiose di Maria ha riempito la stalla di Bethlem, è iniziato un tempo nuovo. Il Suo primo respiro ha segnato il punto zero della nostra era. Lui fa la differenza. Ora non è più possibile non schierarsi. L'indifferenza è rifiuto.

O con Lui o contro di Lui. O sulla roccia o sulla sabbia. Non esistono misure di compromesso o scorciatoie. Quel bimbo infreddolito è la nostra dolce rovina: davanti alla sua culla, come davanti alla sua croce, è ammesso solo il silenzio pieno della contemplazione. L'altro silenzio, quello abitato dall'indifferenza, è il rumore sordo e freddo del rifiuto, è il frastuono caotico che non ha permesso all'innominato ricco di accorgersi del povero Lazzaro.

E ancora, dopo duemila anni, il cucciolo di Messia rimane lì, in quella culla.
Rimane lì per tutti, perché tutti possano accoglierlo, dire sì, scoprire la bellezza gratuita di un amore che chiede solo di essere accolto, che chiede solo di poter amare.
Rimane lì per chi lo ha scelto con tutto il cuore e ha la sensazione di essere rimasto a mani vuote e ora si fa la stessa pungente domanda di Pietro: e noi cosa ne avremo? Ecco perché sei a mani vuote: per abbracciare quel bimbo.
Rimane lì per chi ha la sensazione di aver sbagliato tutto e non ha la forza di ricominciare, perché davanti a quella vita nuova e spumeggiante ricordi che la scintilla della vita di Dio abita la nostra umanità.

Rimane lì per chi si sente diverso, perché ricordi che questa è l'unica cosa che tutti abbiamo in comune e che il Figlio di Dio fatto uomo ha abbattuto ogni muro e ha insegnato a pregare un unico Padre che è "nostro".
Rimane lì, immobile davanti alla nostra indifferenza, sperando che il soffio dello Spirito trovi uno spiraglio per scalzare le nostre immobilità e ci ribaltarci dai bastioni delle nostre paure.

Mentre sono completamente assorto, sento una mano che mi tocca la spalla.
"Bello non è vero?", mi dice un signore anziano sottovoce.
"Sembra che ci stia guardando".
Lancio un ultimo sguardo alla mangiatoia...

Rimani lì, Signore.